
Un nuovo studio di Transport & Environment ha rivelato che le auto ibride plug-in emettono inquinanti quasi sei volte superiori rispetto ai valori ufficiali dichiarati, con conseguenze economiche e ambientali significative. L’analisi, basata sui dati raccolti dall’Agenzia europea dell’ambiente attraverso dispositivi OBFCM installati sui veicoli immatricolati a partire dal 2021, ha evidenziato una discrepanza tra le condizioni di laboratorio e l’utilizzo reale delle vetture. Le emissioni di anidride carbonica sono state registrate in media sei volte superiori rispetto ai valori ufficiali, con un impatto economico che può raggiungere fino a 680 euro annui in più per la benzina.
Discrepanza tra dati ufficiali e utilizzo reale
Secondo lo studio, le vetture PHEV immatricolate nel 2024 hanno prodotto emissioni di CO₂ mediamente sei volte superiori rispetto ai valori dichiarati. Questo divario si è ulteriormente ampliato nel tempo: nel 2023 le emissioni reali risultavano cinque volte superiori ai valori ufficiali, mentre nel 2024 il rapporto è salito a sei. Il problema riguarda il cosiddetto utility factor, un parametro utilizzato nella procedura WLTP per stimare la percentuale di percorrenza effettuata con l’energia elettrica. Quando questo valore sovrastima l’impiego della batteria, il consumo medio omologato di carburante risulta inevitabilmente più basso rispetto a quello osservato sulle strade.
Le auto ibride plug-in promettono di combinare i vantaggi della mobilità elettrica con la libertà di utilizzo di un motore tradizionale. Tuttavia, il loro effetto reale sulle emissioni è limitato. Secondo T&E, le vetture ibride plug-in producono nell’utilizzo quotidiano emissioni di CO₂ inferiori mediamente del 14% rispetto alle automobili a combustione interna e alle ibride tradizionali. I valori ufficiali di omologazione suggerirebbero invece una riduzione dell’83%, evidenziando una differenza sostanziale tra le condizioni di laboratorio e quelle effettivamente riscontrate.
Le emissioni reali delle plug-in sono sei volte superiori a quelle dichiarate, con un costo aggiuntivo per la benzina fino a 680 euro all’anno.
Un problema strutturale
Lo studio mette in evidenza un problema strutturale: i valori di omologazione possono rappresentare in modo poco realistico l’utilizzo medio di questa categoria di veicoli, influenzando sia le scelte degli automobilisti sia le politiche europee sulle emissioni. Nell’utilizzo quotidiano, infatti, una plug-in può percorrere una quota significativa dei chilometri con il motore termico acceso, soprattutto quando la batteria non viene ricaricata frequentemente. Questi sistemi registrano consumi di carburante ed energia, permettendo di confrontare i risultati ottenuti durante la guida con quelli previsti dalle procedure di omologazione.
Lucien Mathieu, responsabile del settore auto di Transport & Environment, ha criticato l’ipotesi di rinviare ulteriormente la revisione dei parametri di omologazione, sostenendo che ciò continuerebbe a sovrastimare la percorrenza elettrica delle plug-in. L’organizzazione chiede quindi che le istituzioni europee mantengano il percorso di aggiornamento dei coefficienti, per avvicinare i valori dichiarati alle condizioni reali. La discrepanza tra dati ufficiali e utilizzo reale ha conseguenze non solo ambientali, ma anche economiche. Secondo lo studio, chi utilizza una vettura ibrida plug-in può sostenere fino a 680 euro annui di spesa aggiuntiva per la benzina rispetto a quanto lascerebbero prevedere i dati ufficiali. Una differenza che rende particolarmente importante conoscere il proprio utilizzo effettivo dell’automobile prima di scegliere questa tecnologia.
